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Macron, Notre-Dame e la grandeur perduta

7 dicembre 2024 · Stefania Mocchi

Emmanuel Macron ha sempre amato definirsi «il maestro degli orologi». Il suo modo di affermare che non si sarebbe mai lasciato imporre la tempistica della vita politica e che sarebbe rimasto il solo a decidere del suo destino

Così, l'estate scorsa, aveva annunciato lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale con un colpo di dadi (giudicato un colpo di testa da alcuni suoi stretti collaboratori, rimasti all’oscuro dell’iniziativa fino all’ultimo) e aveva rinviato per quasi due mesi la nomina di un nuovo primo ministro (Michel Barnier) servendosi di quel periodo di stallo per logorare la sinistra del “Nouveau Front Populaire” e la sua pretesa di governare unicamente con una maggioranza relativa.
Giovedì sera, con il suo solenne intervento televisivo, il presidente della Repubblica francese ha cominciato ad ammettere che non ha più tanto le carte in mano. Prova ne sia il fatto che dopo la procrastinazione estiva, Emmanuel Macron oggi ha fretta. Ha annunciato che, caduto mercoledì Michel Barnier, nominerà a breve un nuovo primo ministro, già «nei prossimi giorni». L’ha fatto allo scopo di districarsi della pressione e di mostrare che il responsabile della caotica situazione politica non è lui bensì i partiti che hanno già silurato l’ex-Commissario europeo. Tutto ciò mentre l’opinione pubblica lo considera il principale fautore dell’impasse e sei francesi su dieci vorrebbero che si dimettesse.

Non solo “La France Insoumise” di Jean-Luc Mélenchon e alcuni membri del “Rassemblement National” di Marine Le Pen chiedono la sua uscita di scena ed elezioni presidenziali anticipate, ma anche alcuni ex-ministri della destra moderata hanno evocato questa soluzione. L’ipotesi è stata categoricamente respinta in tv da Emmanuel Macron: «Il mio mandato è di cinque anni e lo eserciterò fino al suo termine». Ma il solo fatto di dover smentire pubblicamente la prospettiva di dimissioni, non previste dalla Costituzione, mostra la condizione febbrile dell’attuale inquilino dell’Eliseo, il quale si ritrova alle prese con il solito rebus: trovare un primo ministro che non sia immediatamente censurato laddove l’assemblea nazionale è costituita da tre blocchi (Nuovo front populaire, i centristi costituiti da Macronisti e Repubblicani, Estrema destra) di cui nessuno dispone di una maggioranza assoluta.

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